Con rammarico bisogna constatare come sui siti e sui blog sia facile imbattersi in numerosi articoli sulla Martire Trofimena, molti dei quali totalmente inattendibili e a dir poco imbarazzanti, scritti con superficialità e senza essere sostenuti da nessun tipo di ricerca storica o analisi scientifica.
Di seguito la risposta che per necessità e precisione è stata inviata sottoforma di commento ad un articolo pubblicato sul blog: http://santafebronia.wordpress.com

A proposito dell’articolo ” I segreti di S. Febronia”
di Antonio Mammato
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Mi è sembrato quanto mai inopportuno limitarsi a pubblicare un semplice riassunto del contributo dell’Arlotta, oltre a limitarsi a citare le tesi di Gregoire. Diverso e scientificamente corretto sarebbe stato il tentativo, da parte della comunità di studiosi di Patti, di approfondire gli studi su S. Trofimena di Minori, soprattutto alla luce del ritrovamento dell’unico testimone manoscritto, studiato dal sottoscritto e pubblicato nel volume La Santa e la Città.
Se le conclusioni di Gregoire sono impeccabili, lo studio sull’unico testimone manoscritto della leggenda agiografica di S. Trofimena, oltre a dar forza alla tesi sull’artificiosità del legame tra Febronia e Trofimena, dimostra come le conclusioni dell’Arlotta, riportate passivamente da Basilio Caporlingua, risultano alquanto forzate.
Diversamente da quello che si evidenzia con una mal celata soddisfazione nell’artiocolo in questione bisogna invece constatare la disarmante approssimazione dell’approccio degli studiosi ed eruditi pattesi alla documentazione d’archivio minoresi. Tale approssimazione, unita alla leggerezza con cui viene analizzato il contesto culturale, religioso, sociale all’interno del quale nasce e si sviluppa la tradizione agiografica sulla figura della Martire Trofimena, influisce sulla credibilità delle teorie dell’Arlotta e sulla professionalità di coloro che interpretano male i suoi studi. Un’argomentazione così formulata non raggiunge certo l’obbiettivo prefissato, mirato al “capovolgimento dell’esile leggenda minorese”, come la definisce l’autore.
Oltre a proporre una ricostruzione degli eventi storici molto discutibile, nell’articolo in questione si arriva addirittura a mettere in discussione la tradizione religiosa locale, sottolineando un passaggio che evidenzia la scarsa preparazione dello scrittore: ”oltre a non essere la ragazza uccisa a Patti e trasportata dal mare sulla spiaggia di Minori per essere trovata da una lavandaia, [Santa Trofimena] non è la Santa che i Minoresi venerano ma le ossa ritrovate, le prime tra i tanti sepolcri, da un pastaio, tale Gioacchino Farace, nel 1793, dopo 1500 anni, durante i lavori di ristrutturazione della Cattedrale”.
Se ormai sembra un’acquisizione più che consolidata la tesi sull’artificiosità dell’identificazione di Trofimena con Febronia, risulta quanto mai errato e scientificamente inappropriato mettere in discussione la storicità del culto di S. Trofimena e la reale presenza delle sue reliquie nella città di Minori, senza tra l’altro proporre argomentazioni fondate su una solida analisi del contesto storico – agiografico altomedievale; un contesto storico in cui il culto conobbe un importate diffusione in buona parte dell’Italia meridionale, come dimostrano le tracce lasciate dalla tradizione agiografica minorese nei martirologi e nei libri liturgici medievali.
Definire “esile” il culto di Trofimena, consolidato da oltre 1300 anni di storia, dimostra una superficialità imbarazzante nella conduzione degli studi, un’impreparazione preoccupante non colmata dall’analisi dei principali contributi storiografici pubblicati negli ultimi trent’anni.
Il codice agiografico Inventio et Translatio S. Trophimae seu Trophimenae (B.H.L. 8317-8318), da poco riportato all’attenzione degli studiosi, congiuntamente agli studi di Massimo Oldoni, è uno dei tanti elementi legato alla presenza sul territorio della Costa d’Amalfi del corpo della Martire già nell’Alto Medioevo; un fattore che sicuramente determinò l’elevazione a diocesi nel 987.
Per dimostrare l’inattendibilità delle tesi pubblicate basta far riferimento ai dati desunti dalla documentazione minorese, in particolar modo le relazioni ad limina dei vescovi, nelle quali si fa esplicito riferimento al severo divieto e all’impossibilità di tumulare i defunti all’interno della cappella dedicata alla Martire, differentemente dalle altre cappelle, provviste di botola per l’accesso al cimitero sottostante. Di conseguenza le reliquie ritrovate dal Farace nel 1793 non possono che essere quelle di S. Trofimena
Sarebbe quindi opportuno rivedere tali teorie e magari approfondire gli studi sulla documentazione a disposizione. Considero un grave errore mettere in discussione la tradizione storico-religiosa e agiografica minorese, basandosi semplicemente su semplici supposizioni non supportate da un’adeguata analisi.
Inviterei pertanto gli amministratori del blog, e tutti coloro che scrivono recensioni o saggi ad essere molto cauti quando affrontano argomenti storico-agiografici così delicati. Il rischio, infatti, è quello di cadere in errore o scrivere delle sciocchezze.
Vedo che sul blog sono pubblicati alcuni miei contributi, tra l’altro tratti dal sito del Centro di Cultura e Storia di Minori senza nessun permesso, sarei però felice di contribuire alla correzione delle imprecisioni pubblicati sul presente blog, confidando nella professionalità dei suoi amministratori.
L’occasione è gradita per porgere distinti saluti,
Dott. Antonio Mammato
per leggere l’articolo in questione: http://santafebronia.wordpress.com/2011/05/01/i-segreti-di-santa-febronia/.
antonio Santa Trofimena